Community:Opuscolo informativo

Translated and Contextualized Content.

This content is an adapted version of Information Booklet.
This content is contextualized and curated by Global Assembly's community.

Info-icon.svg


Introduzione

La Global Assembly è una riunione di persone provenienti da tutto il mondo per discutere della crisi climatica ed ecologica.

Cos’è una citizens’ assembly?

La citizens’ assembly è composta da un gruppo di persone con diversi percorsi di vita. Si riunisce ai fini di informarsi su un determinato argomento, deliberare su possibili modi per attivarsi, presentare proposte a governi e leader e generare idee per stimolare un cambiamento più ampio. Questa assemblea rappresenta una miniatura del luogo in questione (per esempio, un paese o una città, o in questo caso il mondo), secondo criteri demografici quali genere, età, reddito e livello di istruzione.

Cos’è la Global Assembly?

La Global Assembly del 2021 è composta da:

  • la Core Assembly, che è l'assemblea composta da 100 cittadini provenienti da tutto il mondo compresa l’Italia;
  • assemblee nelle comunità locali che si potranno tenere ovunque;
  • attività culturali per coinvolgere il maggior numero di persone.

Nel corso di quest'anno, ci saranno due importanti conferenze delle Nazioni Unite, dove si riuniranno le/i leader mondiali: la Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici (COP26) e la Conferenza della Biodiversità (COP15).

In vista di queste trattative della COP26, la Core Assembly sta riunendo un gruppo di 100 persone, che rappresentano una sorta di fotografia della popolazione del pianeta. Il loro compito è di approfondire la propria comprensione della crisi climatica ed ecologica, deliberare e selezionare i messaggi chiave da presentare alla COP26 di Glasgow nel novembre 2021. Quest'anno, la Global Assembly delibererà sulla seguente domanda: “Come può l'umanità affrontare la crisi climatica ed ecologica in modo etico ed efficace?"

Introduzione ai materiali di apprendimento

Questo opuscolo informativo fa parte di una serie di risorse che sosterranno la fase di apprendimento e deliberazione della Global Assembly. Lo scopo di questi materiali didattici è quello di fornire informazioni e dati in modo da poter formare le proprie opinioni sulla crisi climatica ed ecologica.

La nostra speranza è che questo documento sia un trampolino per individuare linee di ricerca da poter esplorare magari anche negli anni a venire. Vi incoraggiamo attivamente a esaminare tutti gli elementi contenuti in questo documento e a portare ogni domande o riflessione alla Global Assembly.

La crisi climatica ed ecologica è un tema complesso. È il risultato di molti fattori storici, sociali, economici e politici interconnessi. Anche se a volte può sembrare un problema molto recente, le sue radici risalgono almeno a due secoli fa e coinvolgono molte generazioni.

Questo opuscolo è un'introduzione ad alcuni dei temi più importanti connessi alla crisi climatica ed ecologica. Per creare questi materiali, un comitato di esperti si è riunito per mettere a disposizione la propria conoscenza e saggezza. I dettagli sul processo di redazione di questo documento informativo sono disponibili sul sito web della Global Assembly.

Ci sono molti capitoli aperti sulla crisi climatica ed ecologica; noi abbiamo fatto del nostro meglio per fornire un quadro sui temi, i fatti e le cifre principali in modo conciso e leggibile.

Non è necessario leggere subito tutto il fascicolo. Il materiale è stato organizzato come una guida di riferimento. Ci auguriamo che sia utile per il vostro lavoro durante la Global Assembly e che agevoli l’apprendimento e la presa di decisione sui temi della crisi climatica ed ecologica.

Per completare questo opuscolo informativo saranno disponibili sul sito web della Global Assembly ulteriori risorse come: video, presentazioni animate, creazioni artistiche e testimonianze di esperienze vissute. Sul wiki della Global Assembly saranno disponibili traduzioni di questo opuscolo informativo in diverse lingue e riferimenti ai contesti nazionali. Un Glossario alla fine del documento fornisce il significato più preciso delle parole evidenziate in grassetto. Quando nel documento sono indicate delle temperature, le misure sono in gradi centigradi (°C).

Sintesi

Come sarà il mondo nel 2050?

Ogni bambino nato oggi affronterà le conseguenze dei cambiamenti climatici provocati dall'uomo e il degrado della natura. Non è più una questione di "se", ma di "quanto". Le persone che vivono oggi e le future generazioni ne saranno affette in una misura che dipende da quello che facciamo adesso. Siamo certi che una determinata quantità di surriscaldamento e perdita di biodiversità avverranno nel futuro e non possiamo più evitarlo.

Possiamo però, agendo oggi, ancora moderare gli impatti peggiori della crisi climatica ed ecologica. Siamo ancora in tempo per evitare i danni peggiori sia dei cambiamenti nel clima che della perdita di biodiversità.

Le cause della crisi climatica ed ecologica affondano le radici nella storia. Sono state le visioni del mondo che hanno condizionato il modo in cui molte società agiscono oggi. Gli esseri umani sono parte della Natura e sono estremamente dipendenti dalla Natura per sopravvivere.

I cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità, il degrado dei terreni e l'inquinamento dell'aria e dell'acqua sono altamente interconnessi. La qualità della vita delle persone che vivono in ogni parte del pianeta dipendono dalle azioni che si intraprendono oggi per affrontare queste questioni. Dipendono da noi anche le prospettive per le generazioni future. Passare alle energie rinnovabili, conservare e ristabilire gli ecosistemi e trovare nuove, e migliori, vie per relazionarsi con la Natura sarebbero passi estremamente importanti per gli anni che verranno. Un recente sondaggio[1] riferisce che la maggior parte delle persone di tutte le regioni del mondo supporta azioni riguardo i cambiamenti climatici. Questa disponibilità esiste anche mentre la pandemia di COVID-19 complica la vita quotidiana.

Punti chiave:

  • Le attività umane, come l’utilizzo dei combustibili fossili, causano l'aumento della temperatura mondiale. Le temperature globali crescenti incidono in diverse maniere irreversibili[2] sul nostro clima e sui sistemi meteorologici. Alcune delle peggiori conseguenze future possono ancora essere evitate a seconda delle azioni che scegliamo di fare oggi.
  • Un milione di specie di piante e animali rischiano ora l'estinzione. La loro scomparsa è conseguenza dell'inquinamento, dei cambiamenti climatici, della distruzione e dello sfruttamento degli habitat naturali.[3]
  • I cambiamenti climatici e la perdita della biodiversità minacciano la salute umana e la sicurezza sia alimentare che dell'acqua.

L'eccesso dei gas serra nella nostra atmosfera provoca i cambiamenti climatici. L'anidride carbonica (CO2) è il più importante gas serra prodotto dall'uomo. Le emissioni di CO2 avvengono quando si bruciano i combustibili fossili per produrre energia o per trasporto, e quando le foreste vengono abbattute. Negli scorsi due secoli la Terra si è riscaldata di 1.2 gradi Celsius (°C) a causa di questo eccesso di gas serra. Gli scienziati hanno calcolato che il riscaldamento globale nel 21° secolo supererà i 2°C, a meno che non ci siano significative riduzioni di emissione di anidride carbonica e degli altri gas serra negli anni che verranno. Benché 2°C non sembrino tanti, basteranno a provocare la perdita di mezzi di sostentamento fino alla morte per qualche centinaio di milioni di persone.[4]

L'aumento delle temperature si manifesta sulla Terra con ondate di calore più frequenti e intense, incendi boschivi e diminuzione dei raccolti. Significa anche grandi cambiamenti nelle precipitazioni, con molta più pioggia in alcuni luoghi e meno in altri. Questi cambiamenti sono tali da portare siccità e inondazioni.

Le attività umane sulla Terra stanno avendo un impatto devastante sulle piante, gli animali,i  funghi e i microrganismi. A causa dell'inquinamento, dei cambiamenti climatici, della distruzione degli habitat naturali e dello sfruttamento, un milione degli otto milioni di specie di piante e animali della Terra rischia di estinguersi.[3]

La mancanza di biodiversità indebolisce gli ecosistemi, rendendoli più vulnerabili alle malattie e aumentando i danni dei fenomeni meteorologici estremi. Gli ecosistemi danneggiati sono meno capaci di provvedere ai bisogni e al benessere degli esseri umani.

  • La biodiversità è conservata meglio nelle terre gestite da popoli indigeni.

Gran parte della biodiversità del mondo esiste nelle terre tradizionali e ancestrali delle popolazioni indigene. Le culture indigene sono riuscite a vivere in armonia con la Natura per millenni. Esse possiedono conoscenze valide per conservare e ripristinare gli ecosistemi e coltivare la biodiversità. Tuttavia, una lunga storia di colonizzazione ed emarginazione ha costretto molte di queste comunità a perdere i propri mezzi di sostentamento e le loro terre d'origine. Molte comunità sono già diventate rifugiati climatici a causa di disastri legati ai cambiamenti climatici. Di conseguenza, anche queste culture, sistemi di conoscenza, lingue e identità uniche sono a rischio.

  • Non tutti i Paesi sono ugualmente responsabili dei cambiamenti climatici, i Paesi ricchi hanno storicamente generato più gas serra.

L'uso di combustibili fossili è collegato allo sviluppo economico. Paesi ricchi come gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito e le Nazioni dell'Unione Europea hanno prodotto la maggior quantità di gas serra nel tempo. Oggi la popolazione mondiale cresce e Paesi come la Cina e l'India seguono lo stesso percorso di sviluppo dei Paesi ricchi. Ogni anno sempre più persone dipendono dall'uso di combustibili fossili.

  • A meno che non ci siano riduzioni immediate, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, non saremo in grado di limitare il riscaldamento a meno di 2°C. Questo avrà un impatto significativo sul benessere umano.

Vivere con i cambiamenti climatici significa vivere con l'incertezza. Una di queste incertezze riguarda l'idea di un "punto di soglia". I punti di soglia climatici sono "punti di non ritorno", passati i quali gli effetti combinati dei cambiamenti climatici innescano danni irreversibili che si ripercuotono  in tutto il mondo, come un domino. Una volta raggiunto un punto di non ritorno, la successione di eventi non si può più fermare e genera un pianeta inospitale per molte persone e forme di vita. La scienza non può prevedere con certezza quando un punto di soglia potrebbe essere raggiunto.

  • Nel 2015, i leader mondiali si sono incontrati a Parigi e hanno concordato di limitare il riscaldamento globale a ben meno di 2°C, preferibilmente 1,5°C.
  • Secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici), il riscaldamento di 1,5°C sarà probabilmente raggiunto entro il 2040. Tuttavia i 2°C dipendono ancora molto dal livello delle emissioni di CO2 prodotte nei prossimi decenni.
  • Se tutti gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fossero raggiunti - e non sappiamo ancora se lo saranno - è probabile che avremo comunque almeno 3°C di riscaldamento globale.[5] L'obiettivo dell'Accordo di Parigi del 2015 di limitare il riscaldamento ben al di sotto di 2°C rimarrà nella carta.
  • Molti degli impegni dell'Accordo di Parigi da parte dei Paesi più poveri potrebbero non essere attuati perché dipendono dal sostegno finanziario dall'estero. Finora poco sostegno internazionale si è materializzato.

Ci si aspetta che i Paesi aumentino il loro impegno ogni cinque anni. Dopo la firma dell'Accordo di Parigi, alcuni progressi sono già stati fatti. Tuttavia le cose non si stanno muovendo abbastanza velocemente. Al ritmo attuale, il riscaldamento raggiungerà 1,5°C entro il 2040 circa - forse prima[6] - e continuerà ad aumentare se non si agisce ora.

  • Quasi due terzi (64%) delle persone in 50 Paesi in tutto il mondo ora credono che i cambiamenti climatici siano un'emergenza globale.[1]
  • Per concretizzare l'obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C, il 2020 deve essere il decennio della riduzione drastica delle emissioni a livello globale.

I leader mondiali si incontreranno a Glasgow alla fine di quest'anno per parlare di cosa fare della crisi climatica, e in Cina per parlare della crisi ecologica. È vitale che i governi comincino a riconoscere le interazioni tra queste due crisi, e sviluppino obiettivi, traguardi e azioni reciprocamente compatibili.

Ora che gli obiettivi dell'Accordo di Parigi sono stati fissati, i colloqui sul clima di Glasgow dovrebbero occuparsi di creare una tabella di marcia più dettagliata su come raggiungerli. Alcune considerazioni includeranno come concordare riduzioni di emissioni più efficaci a breve termine. Per esempio: abbandonare i combustibili fossili, migliorare l’uso dell’energia, limitare la deforestazione e convertire le promesse di zero emissioni nette in azioni concrete.

Contenuto

Che cos’è la crisi climatica?

In questa sezione esploriamo il fenomeno dei “cambiamenti climatici”. Che cosa sono? Che cosa li sta causando? Perché il problema è urgente?

I cambiamenti climatici sono legati al riscaldamento a lungo termine del pianeta. Ciò accade perché grandi quantità di gas a effetto serra vengono rilasciate in atmosfera.

L'atmosfera è uno strato invisibile che circonda la Terra e contiene molti differenti gas. I “gas a effetto serra” sono un gruppo specifico di gas in grado di modificare il bilancio termico dell'atmosfera e riscaldare la Terra. Tra i principali gas a effetto serra ci sono l'anidride carbonica (prodotta dall'uso di combustibili fossili e dalla deforestazione), il metano e gli ossidi di azoto (entrambi frutto della produzione di energia elettrica e dall'agricoltura).

Un modo di rappresentare la relazione tra i gas atmosferici e la temperatura è immaginarsi una piccola stanza chiusa in una giornata molto calda. Il sole picchia direttamente sul tetto e dentro la stanza non ci sono né porte né finestre da aprire per far uscire il caldo. Non avendo via di fuga, la temperatura nella stanza aumenta. Allo stesso modo, in atmosfera si genera del calore in eccesso quando la quantità dei gas serra presenti è troppo alta. Il principale gas a effetto serra è l’anidride carbonica (CO2). Le attività umane hanno anche degradato o distrutto molte parti della Natura, come le foreste e i suoli, che la rimuovono dall'atmosfera. Da quando la gente nei Paesi più ricchi iniziò a bruciare combustibili fossili, circa 200 anni fa, le temperature superficiali in tutto il mondo sono salite di circa 1,2°C[7]. Sebbene non sembri molto, gli ultimi 20 anni sono stati il periodo più caldo registrato negli ultimi 100mila anni[8].

La differenza di temperatura di 1,2°C sembra piccola ma sta già avendo impatti significativi sulla vita di molte persone. Un innalzamento delle temperature comporta che la gente sta già soffrendo per ondate di calore più frequenti e intense, le foreste bruciano più facilmente e i raccolti sono diminuiti. Implica anche grandi cambiamenti nel regime delle piogge, con molta più pioggia in alcune zone e meno in altre[8], questo causa allagamenti e siccità.

Alluvioni, siccità, ondate di calore e fenomeni meteorologici estremi avvenivano anche prima di questi cambiamenti climatici, ma la climatologia ci avverte che i cambiamenti climatici renderanno questo tipo di eventi più probabili o intensi. Milioni di persone in ogni parte del mondo rischieranno di perdere la propria casa, essere uccisi o feriti, non avere abbastanza cibo o acqua potabile da bere.

Che cos'è la crisi ecologica?

Che impatto stanno avendo le attività umane sulle altre specie con le quali condividiamo il pianeta? In questa sezione vedremo come mai la biodiversità è così importante per la salute e lo sviluppo umano e il ruolo delle comunità indigene in diverse zone della Terra.

Gli esseri umani sono parte di una rete di relazioni vitali che si estende ben oltre la nostra sola specie. La salute umana è finemente interconnessa con la salute delle piante, degli animali e dell'ambiente che condividiamo. Diverse specie di piante e animali si stanno estinguendo come risultato delle modalità con cui gli esseri umani, specialmente quelli delle nazioni più ricche, stanno interagendo con la natura. Il ritmo delle estinzioni che avvengono oggi è molto più rapido rispetto a quanto avvenuto nel resto della storia umana.[6]

La biodiversità si riferisce a tutte le varietà di forme di vita che possono trovarsi sulla Terra: piante, animali, funghi e microorganismi. Ogni singola specie ha una funzione da compiere per la salute dell'ecosistema. Se la specie scompare, il funzionamento dell’ecosistema risente del suo contributo mancante e si può inceppare. Si stima che al mondo esistano otto milioni di specie viventi. Oggi un milione di esse sono a rischio di estinzione per via di inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie aliene, perdita di habitat e sfruttamento sopra le capacità di recupero del sistema. (Per esempio: la cattura non sostenibile di pesci ancora troppo giovani per essersi potuti riprodurre con successo).

L’Italia è il peggiore tra tutti i Paesi europei e tra i Paesi del G20 (a eccezione del Giappone) per quanto riguarda la quota di pesce prelevato da stock ittici collassati o sovra sfruttati.[9]

Le cause della perdita di biodiversità globale sono molteplici. Le foreste in diverse parti del mondo ospitano la maggioranza delle specie di alberi, uccelli e mammiferi. Ogni anno, purtroppo, enormi estensioni di foreste sono abbattute. Il terreno viene destinato a coltivazioni agricole o altri usi esclusivamente riservati all'uomo.[10]

L'agricoltura e il sistema di produzione del cibo sono una delle maggiori cause della perdita di biodiversità. L'agricoltura, da sola, ha portato 24mila specie a rischio di estinzione.[11]

Attualmente nel mondo l'intera catena di produzione del cibo si basa su pochissime specie di piante commestibili.[12] Negli ultimi secoli c'è stato un grande sforzo per produrre sempre più cibo spendendo il meno possibile. I costi sono stati fatti pagare all'ambiente. La produzione agricola intensiva ha forzato il suolo a produrre a tal punto che esso sta perdendo nel tempo la sua fertilità naturale.[13]

Attualmente la produzione di cibo dipende pesantemente da fertilizzanti, pesticidi, energia, terreni e acqua. Tutti questi elementi sono necessari per coltivare (contro natura, in modo insostenibile) una sola pianta in modo intensivo. Lo sforzo di coltivare un solo tipo di pianta, invece di ospitare una naturale biodiversità di organismi, indebolisce l'ecosistema. La monocoltura intensiva distrugge gli habitat di molti uccelli, mammiferi, insetti e altri organismi, privandoli delle risorse necessarie a nutrirsi, accoppiarsi e riprodursi.[13] Gli ecosistemi in cui manca la giusta biodiversità sono più deboli, più sensibili alle malattie e reagiscono peggio agli eventi atmosferici. Essi, inoltre, non sono in grado di contrastare i parassiti con i loro predatori e, quindi, non possono nemmeno provvedere adeguatamente alle necessità e al benessere degli esseri umani.[6]

La Pianura Padana è in uno stato di pre-desertificazione perché il suolo è stato arato e concimato troppo. Le piogge hanno poi portato via sia la parte utile del terreno sia i prodotti chimici sparsi sui campi. Queste perdite hanno poi creato problemi nei fiumi e nei laghi che ricevevano troppi fertilizzanti, insetticidi e fango.

In Italia, inoltre, si perdono molti suoli naturali o agricoli quando al loro posto si costruiscono edifici o infrastrutture. Il consumo di suolo annuo in Italia ha un andamento complessivamente stabile nel tempo. Se tale andamento dovesse essere confermato fino al 2050, l’Italia non sarebbe in grado di raggiungere il target europeo.[9]

Molte medicine usate per curare malattie come il cancro sono di origine naturale o sintetizzate in laboratorio prendendo spunto da sostanze trovate in natura. Perdere la fonte di queste cure mette a rischio la nostra capacità di curarci.[6]

La popolazione mondiale aumenta di numero anno dopo anno. Questo significa che sempre più persone dovranno estrarre dall'ambiente le risorse per soddisfare i propri bisogni essenziali. Nei prossimi decenni si prevede che la perdita di biodiversità diventerà sempre più rapida e intensa. Questo succederà a meno che non si attuino azioni efficaci e urgenti per fermare e invertire le tendenze al degrado degli ecosistemi e limitare i cambiamenti climatici. L'urgenza e la gravità della situazione attuale sono le ragioni per cui parliamo di crisi.

Il ruolo delle popolazioni indigene nella conservazione della biodiversità

In generale, i trend di conservazione della biodiversità sono migliori nelle aree possedute o gestite da popolazioni indigene e comunità locali di stampo tradizionale.[14]

Si stima che nel mondo ci siano più di 370 milioni di persone appartenenti a popolazioni indigene, distribuite in 70 Paesi. Le popolazioni indigene proteggono l'80% della biodiversità della terraferma[15] pur essendo solo il 5% della popolazione mondiale.[16] Per esempio a Cusco, in Perù, una comunità di Quechua attualmente conserva più di 1400 varietà originali di patate.[17]

La patata è una delle piante alimentari più importanti al mondo. Senza questo lavoro di protezione e salvaguardia, molte di queste varietà potrebbero essersi già estinte.

Vivere in modo responsabile e armonioso, trattando la Natura con rispetto, fa parte dei valori fondamentali delle culture indigene. Questi valori sono spesso diversi da quelli delle società dominanti in cui questi popoli oggi vivono. I popoli indigeni abitavano un Paese o una regione geografica prima dell'arrivo e dell'insediamento di gente di cultura o etnia differente. I nuovi arrivati sono poi diventati dominanti attraverso la conquista, l'occupazione, la colonizzazione o altri mezzi. I popoli indigeni sono diffusi in tutto il mondo, dall'Artico al Pacifico meridionale.[18] Ci sono ancora moltissime specie di piante, animali e insetti che sono sconosciute o poco studiate dalla scienza. Buona parte di questa biodiversità probabilmente esiste in territori noti a popolazioni indigene. Le culture tradizionali sono riuscite a vivere in armonia con la Natura per millenni. Esse posseggono sapienza indispensabile per conservare o recuperare ecosistemi danneggiati e coltivare la biodiversità.[19]

Nonostante questa potenzialità, le popolazioni indigene hanno dovuto abbandonare i loro territori d'origine e le loro fonti di sussistenza. Lo hanno dovuto fare per colpa di progetti di sviluppo a grande scala (per esempio le valli allagate dalle mega dighe). In altri casi interi popoli sono diventati rifugiati climatici per colpa dei cambiamenti climatici.[20] Per esempio in Alaska, dove si concentra la maggior presenza di popolazioni indigene degli Stati Uniti d’America, alcune comunità si sono già trasferite. I motivi che le hanno spinte sono l’innalzamento del livello del mare e le distruzioni dovute agli incendi boschivi.[21]

I popoli indigeni vivono in condizioni di povertà estrema tre volte più frequentemente delle genti che si sono insediate nei loro territori.[22] Questa situazione è frutto di secoli di marginalizzazione e colonizzazione.

La crisi della biodiversità è strettamente legata ai destini di queste culture uniche e particolari, ai loro sistemi di trasmissione e applicazione del sapere, ai loro linguaggi e alle loro identità.

Perché ci troviamo in una situazione di crisi climatica ed ecologica?

In questa sezione vedremo come alcuni modi di concepire il mondo, dominanti nei secoli passati, hanno modellato un atteggiamento nei confronti della Natura che ha portato alla crisi climatica ed ecologica di oggi.

Le crisi del clima e della biodiversità sono un problema complesso e il risultato di diversi disaccordi politici, economici e sociali che si alimentano a vicenda. Tra i fattori che aumentano le difficoltà nell’affrontare questa sfida ci sono alcune “visioni del mondo” che hanno portato alla crisi.

Una visione del mondo è come un paio di occhiali che usiamo per guardare il mondo attorno a noi. La nostra visione del mondo è tinta con i nostri valori e modellata sulle nostre credenze. Essa, inoltre, influisce sul nostro modo di ragionare e plasma le nostre aspettative sul funzionamento del mondo. Assorbiamo una parte della nostra visione del mondo dalla nostra famiglia di origine e dalle esperienze che facciamo crescendo. Una seconda parte viene dall’ambiente culturale che frequentiamo da adulti perché ne condividiamo valori e motivazioni. Questo bagaglio accumulato negli anni ha un effetto su come interpretiamo il mondo e sulle scelte alla base delle nostre azioni. Oggigiorno si usa spesso il termine “crescita economica” come indicatore di progresso e per segnalare che gli standard vitali stanno migliorando. Purtroppo, il concetto di crescita economica è spesso associato a una visione del mondo in cui gli esseri umani dominano e sfruttano la Natura.[23] Questa visione del mondo risiede nel cuore di molte nazioni fortemente inquinanti e si pensa che le radici di questa mentalità affondino nel passato.

Quattrocento anni fa ci fu una svolta nel pensiero umano nota come rivoluzione scientifica. Gli intellettuali del tempo erano convinti che l’uomo fosse superiore alla natura.[24] Essi scrissero nelle loro opere che gli uomini avevano il diritto di dominare la Natura per farne ciò che volevano. Le idee che nacquero in quel periodo si diffusero e influenzarono pesantemente i secoli a venire. Gli effetti di quel modo di pensare sono ancora oggi ben visibili nelle leggi, tecnologie, stili di vita, abitudini e culture dei Paesi più ricchi. Molti di questi stili di vita si sono diffusi o sono stati imposti anche ad altri Paesi del mondo.

Gli avanzamenti scientifici e tecnologici scaturiti dalla rivoluzione industriale hanno allontanato la gente che vive nei Paesi ricchi dalla Natura, allentando le dipendenze dirette con i sistemi e i ritmi naturali. Milioni di persone si trasferirono nelle città e iniziarono a lavorare nelle catene di montaggio delle fabbriche azionando delle macchine. Abbandonarono le campagne dove si coltivava la terra o i piccoli borghi dove si costruivano oggetti con attrezzi manuali. In quel periodo, alcune tecnologie innovative come le macchine a vapore, le automobili e l’illuminazione elettrica trasformarono rapidamente le vite delle persone. Avvenne quasi come oggi i telefoni cellulari e i computer connessi a Internet hanno modificato le nostre abitudini rispetto a 50 anni fa.

Alcuni cambiamenti tecnologici hanno indubbiamente portato benefici alla gente, per esempio rendendo disponibili le cure della medicina moderna. In altri casi, però, le nuove tecnologie resero possibile dominare la Natura ed estrarne risorse in una maniera che prima non era possibile.

La rivoluzione industriale permise l’estrazione di combustibili fossili (carbone e petrolio) a una scala prima inimmaginabile. Negli ultimi 100 anni il principale modo in cui abbiamo prodotto energia è stato bruciando combustibili fossili. Questa energia ha guidato la crescita economica. La conseguenza di questa scelta è che Nazioni ricche come Stati Uniti d’America e Unione Europea hanno immesso in atmosfera la maggior parte dei gas a effetto serra prodotti dall’uomo nel corso della storia.[25]

Oggi ci sono Nazioni come Cina e India che stanno seguendo lo stesso modello di sviluppo dei Paesi più ricchi. Ogni anno sempre più persone diventano dipendenti dalla combustione di risorse fossili.[25] Oggi il Paese che emette più gas a effetto serra al mondo è la Cina,[26] con la sua economia in rapida crescita e la sua numerosa popolazione. Storicamente, però, il maggior contributo alle emissioni lo hanno dato gli Stati Uniti d’America. Gli USA hanno avuto più anni di tempo per accumulare emissioni[27] e ancora oggi hanno il primato delle maggiori emissioni di CO2 a persona.[28]

Le crisi climatiche ed ecologiche sono un problema molto sfaccettato. È impossibile isolare una singola causa alla loro origine o un solo motivo per il quale non è stato ancora possibile risolverle. Inoltre, è molto complicato per la gente comune comprendere sia la scala che le conseguenze delle crisi. Questa difficoltà limita fortemente la possibilità che le persone agiscano con la decisione e l’urgenza che sono necessarie. Gli stili di vita che danneggiano la Natura ed emettono grandi quantità di gas a effetto serra sono profondamente radicati nelle società moderne. Alcuni hanno evidenziato come le crisi ecologica e climatica possano essere un problema di relazione tra l’uomo e la natura. Per evolvere in un futuro più sostenibile forse dovremmo “far pace”[6] con la Natura e adeguare di conseguenza i nostri sistemi economici, finanziari e produttivi.[6]

Nel 2021 un gruppo di ricercatori ha identificato nove motivazioni, tra loro interconnesse, che potrebbero spiegare il nostro fallimento collettivo nell’affrontare i problemi ecologici e climatici degli ultimi 30 anni. La loro conclusione è che prima di affrontare i dettagli climatici ed ecologici sia necessario mettere in discussione proprio gli atteggiamenti mentali con cui guardiamo alla Natura, le visioni del mondo alla base del pensiero delle società ricche e industrializzate.[29]

Gli esseri umani sono animali dal punto di vista biologico e il pianeta Terra è il nostro habitat. Siamo parte della Natura e dipendiamo dal suo funzionamento per la nostra sopravvivenza,[23] non siamo separati da essa. Abbiamo, per esempio, dei microrganismi nella nostra pancia che ci aiutano a digerire e altri che fanno parte della nostra pelle. Api e vespe impollinano i fiori dei nostri alberi da frutto. Alberi e alghe assorbono la CO2 che noi espelliamo e producono l’ossigeno di cui abbiamo bisogno per respirare.[23]

Si parla dei problemi connessi ai cambiamenti climatici già da parecchi decenni. Nonostante tutto questo tempo a disposizione, le società benestanti non sono ancora riuscite a immaginarsi degli stili di vita desiderabili e sostenibili. Ancora oggi queste società sono dipendenti dall’abuso di combustibili fossili, e necessitano di misurare lo sviluppo e il progresso con la crescita economica.[29]

Un ambiente naturale sano è indispensabile per una economia sostenibile. È ormai opinione diffusa e accettata che la produzione economica, conteggiata come Prodotto Interno Lordo (PIL), debba essere affiancata da una misura di ricchezza più inclusiva che tenga conto anche del capitale naturale quando si voglia misurare il benessere di uno Stato. Esaminare attentamente lo stato di salute dell’ambiente naturale permette di valutare con più accuratezza se una politica economica nazionale è sostenibile per i giovani di oggi e per le future generazioni.

Negoziati internazionali

I leader mondiali si incontreranno sia a Glasgow alla fine di quest'anno per parlare dei cambiamenti climatici, che in Cina per discutere della crisi ecologica. In questa sezione impariamo quali sono gli obiettivi di questi negoziati e quali risultati sono stati raggiunti finora.

A. Cosa hanno ottenuto finora i negoziati sul clima?

Gli scienziati hanno previsto i cambiamenti climatici indotti dall'uomo decenni fa. La firma della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) a Rio de Janeiro risale al 1992. Le Conferenze delle Parti (COP) si sono tenute ogni anno, a partire dal 1995. Lo scopo delle conferenze è quello di discutere cosa fare per i cambiamenti climatici e di proporre le misure che gli Stati partecipanti devono adottare per affrontarli.[30]

Nel 2015, i leader mondiali si sono incontrati a Parigi per la COP21. I risultati di quella conferenza sono stati che, per la prima volta, i leader mondiali hanno raggiunto un accordo su un'azione su larga scala sui cambiamenti climatici. 196 Stati partecipanti in tutto il mondo hanno concordato di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, preferibilmente 1,5°C.[31] Quasi tutti i Paesi si sono impegnati con un "contributo determinato a livello nazionale" (Nationally Determined Contribution, NDC) a limitare le loro emissioni di gas serra e a ridurre il loro contributo ai cambiamenti climatici. Questi impegni devono essere aggiornati ogni cinque anni.

Ci sono due obiettivi associati alla limitazione dei cambiamenti climatici nell'Accordo di Parigi:

  1. Limitare il riscaldamento globale a un massimo di 2°C entro la fine del secolo (2100), e preferibilmente restare sotto 1,5°C.
  2. Raggiungere zero emissioni nette entro il 2050.

Se saremo in grado di ridurre significativamente le emissioni di gas serra a livello globale entro il 2030, la fase successiva per i Paesi sarebbe raggiungere “zero emissioni nette" entro il 2050. Zero emissioni nette significa rimuovere i gas serra dall'atmosfera alla stessa velocità con cui li emettiamo. Potremmo anche, semplicemente, eliminare del tutto le emissioni.[32][33] Alcuni sistemi naturali come foreste, suolo e oceano sono in grado di rimuovere CO2 dall'atmosfera. Gli esseri umani non hanno ancora sviluppato completamente tecnologie efficaci di cattura del carbonio.

Negli ultimi anni...

  • Le emissioni di CO2 della Cina sono aumentate dell'80% tra il 2005 e il 2018. Si prevede che continueranno ad aumentare per il prossimo decennio, dato il tasso di crescita economica previsto.[28]
  • L'UE e i suoi Stati membri sono sulla buona strada per ridurre le emissioni di gas serra del 58% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.[28]
  • Le emissioni dell'India sono aumentate di circa il 76% tra il 2005 e il 2017. Le emissioni dell'India, come quelle della Cina, dovrebbero continuare ad aumentare fino al 2030 a causa della crescita economica.[28]
  • La Federazione Russa, il quinto più grande emettitore di gas a effetto serra, ha presentato i suoi primi NDC nel 2020 e si impegna a ridurre le emissioni del 30% entro il 2030.[34]
  • Gli Stati Uniti d’America hanno preso l'impegno di ridurre le emissioni del 50-52% entro il 2030, considerando i livelli del 2005, anno in cui le loro emissioni hanno raggiunto il picco massimo.

Presi insieme, gli NDC determinano se il mondo raggiungerà o meno gli obiettivi a lungo termine dell'Accordo di Parigi.[35] Se tutti gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fossero raggiunti - e non sappiamo ancora se lo saranno - è probabile che avremo comunque almeno 3°C di riscaldamento globale. L'obiettivo dell'Accordo di Parigi del 2015 di limitare il riscaldamento ben al di sotto di 2°C rimarrà nella carta.[5]

Poiché gli attuali NDC non sono sufficienti per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, ogni cinque anni le Nazioni presentano nuovi NDC all'ONU. L'intenzione è che ogni Paese diventi più ambizioso nei suoi obiettivi, sulla base degli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Ogni Paese stabilisce obiettivi diversi. Per esempio, l'UE si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra del 55% entro il 2030[36] e il Regno Unito del 78% entro il 2035.[37] La Francia e il Regno Unito sono tra i Paesi che hanno reso il raggiungimento delle emissioni nette zero entro il 2050 un requisito legale. Il Giappone, il Sudafrica, l'Argentina, il Messico e l'UE hanno tutti annunciato obiettivi per raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050.[38] La Cina si è impegnata a raggiungere il "picco delle emissioni" entro il 2030 prima di passare a emissioni nette zero entro la fine del 2060.[38]

Dopo Parigi, alcuni progressi sono già stati fatti. Tuttavia le cose non si stanno muovendo abbastanza velocemente. Una recente analisi delle Nazioni Unite ha concluso che se anche le Nazioni rispettassero tutti gli NDC, ci sarebbe comunque un innalzamento di temperatura di 2,7°C entro la fine del secolo.[39]

Al ritmo attuale, il riscaldamento raggiungerà 1,5°C entro il 2040 circa - forse prima[6] - e continuerà ad aumentare se non si agisce ora. Prove scientifiche hanno dimostrato che i rischi associati a un aumento di 2°C della temperatura globale sono più alti di quanto si fosse capito in precedenza.[6]

Dopo la COP21, due rapporti dell’IPCC nel 2018 e nel 2021 hanno sottolineato che la differenza tra 1,5°C e 2°C di riscaldamento sarà la perdita di vite e mezzi di sussistenza per milioni di persone,[40] con conseguenze ancora più negative per livelli più alti di riscaldamento.

La ricerca ha mostrato come le compagnie di combustibili fossili hanno fatto pressioni per indebolire le politiche climatiche in tutto il mondo. Hanno continuato a farlo pur dicendo di sostenere l’Accordo di Parigi. Il lobbismo politico a protezione degli interessi dei combustibili fossili spiega anche perché l'Accordo di Parigi non menziona esplicitamente la decarbonizzazione o la riduzione dell'uso dei combustibili fossili. L'evidenza scientifica, invece, raccomanda caldamente di lasciare la maggior parte dei combustibili fossili nei giacimenti, per limitare il riscaldamento globale a 1,5-2°C.[29]

Inoltre, molti Paesi esportatori di combustibili fossili hanno ostacolato il processo decisionale bloccando i negoziati, esacerbando le tensioni politiche ed evitando qualsiasi riferimento ai combustibili fossili come causa principale dei cambiamenti climatici. I Paesi ricchi di riserve di combustibili fossili, come l'Arabia Saudita, gli Stati Uniti d’America, il Kuwait e la Russia si sono particolarmente distinti per aver ostacolato i negoziati e contestato la scienza sui cambiamenti climatici.[29]

I Paesi ricchi non sono riusciti a dare un buon esempio nell'affrontare i cambiamenti climatici, sia nel raggiungere tagli significativi alle emissioni che nel fornire finanziamenti adeguati e prevedibili. L'incapacità delle Nazioni più ricche di aprire la strada nell’affrontare questo problema ha creato sfiducia, permettendo a gruppi di interesse come l'industria dei combustibili fossili di prendere piede in alcuni Paesi in via di sviluppo e quindi di radicare ulteriormente lo sviluppo ad alto contenuto di carbonio, piuttosto che le alternative a basso contenuto di carbonio.[29]

La mancanza di un'azione rapida e decisiva sui cambiamenti climatici genererà costi finanziari significativi per i governi di tutto il mondo. Ci sono stime che i fenomeni meteorologici estremi come risultato dei cambiamenti climatici indotti dall'uomo potrebbero costare 2 miliardi di dollari al giorno entro il 2030. Oltre ai costi, gli eventi e i sistemi meteorologici continueranno a cambiare e influenzeranno negativamente la salute umana, i mezzi di sussistenza, il cibo, l'acqua, la biodiversità e la crescita economica.[28]

B. Cosa hanno ottenuto finora i negoziati sulla biodiversità?

La biodiversità ha un importante valore economico, biologico e sociale, ma per molto tempo ne abbiamo considerato solo il valore economico di mercato.

Le Nazioni Unite hanno stilato la Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) a Rio De Janeiro nel 1993. La convenzione ha riconosciuto, per la prima volta nel diritto internazionale, che la conservazione della biodiversità è una "preoccupazione comune per l'umanità".[41] La convenzione riguarda ecosistemi, specie e risorse genetiche, come i semi.

Nel 2010, le Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CDB) hanno adottato il Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020. Il Piano è un quadro decennale per proteggere la biodiversità e i benefici che fornisce alle persone. Come parte del piano strategico, le Nazioni Unite hanno adottato 20 obiettivi ambiziosi ma realistici[6], noti come gli Aichi Biodiversity Targets.

Tuttavia, non abbiamo pienamente raggiunto nessuno degli Aichi Biodiversity Targets entro la scadenza del 2020. Le analisi mostrano che i progressi per la maggior parte degli obiettivi volti ad affrontare le cause della perdita di biodiversità sono stati moderati o scarsi. Di conseguenza, lo stato della biodiversità continua a peggiorare.

Nel 2021, avrà inizio la parte on line della 15a Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD COP15) a Kunming, in Cina. La conferenza si concluderà in presenza, nel 2022, per concordare un nuovo quadro per la biodiversità, con una serie di obiettivi e traguardi.

Oltre alla Convenzione sulla Diversità Biologica ci sono altre cinque convenzioni legate alla biodiversità. Esse sono:

  • La Convenzione di Ramsar sulle Zone Umide di Importanza Internazionale.
  • La Convenzione sulle Specie Migratorie (CMS).
  • La Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie Minacciate di Estinzione (CITES).
  • Il Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche e per l'Alimentazione e l'Agricoltura (ITPGRFA).
  • Il Trattato sull’Agricoltura e la Conservazione del Patrimonio mondiale.

Nonostante queste numerose conferenze internazionali sulla perdita di biodiversità, non abbiamo ancora raggiunto nessuno degli obiettivi degli accordi internazionali.[6]

È vitale che i governi inizino a riconoscere le interazioni tra i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità, e sviluppino obiettivi, traguardi e azioni reciprocamente compatibili.

Qual è l'impatto dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica su...

In questa sezione daremo una rapida occhiata all’impatto e alla dimensione delle conseguenze che i cambiamenti climatici e la crisi ecologica stanno avendo e avranno sulla salute umana, le risorse vitali, gli ecosistemi e la biodiversità in varie regioni del mondo. Questi effetti saranno più o meno gravi a seconda dell’incisività delle azioni che faremo oggi.

… la salute umana e fonti di sostentamento

I cambiamenti climatici sono dannosi per la salute umana. Questo effetto nocivo è dovuto allo stress climatico[42] e si manifesta in un rischio maggiore di danni fisici come malattie, malnutrizione, ferite e morte. Sono gli eventi meteorologici estremi come siccità, ondate di calore, alluvioni e trombe d’aria che provocano questi danni.[43] Quanto più l’atmosfera si scalda, tanto più aumenteranno i rischi legati a questi fenomeni. Dei cambiamenti nelle caratteristiche del tempo meteorologico possono aumentare la diffusione di malattie infettive. Ci sono malattie che gli animali possono trasmettere all’uomo, come per esempio la malaria o la dengue diffuse dalle zanzare. I rischi connessi a queste malattie aumenteranno già quando la temperatura mondiale salirà di 1,5- 2°C. In uno scenario in cui l’aumento di temperature sarà maggiore, si espanderanno anche le aree in cui il contagio sarà possibile.[42] Per esempio, la malattia di Lyme (trasmessa dalle pulci) non colpiva nelle regioni con un inverno molto freddo. Oggi alcuni studi mostrano che i cambiamenti climatici la stanno portando fino al Canada,[44] salendo verso Nord di quasi 50 Km ogni anno.

Le pandemie possono essere contenute al minimo usando un approccio “one-health”, ovvero che tenga conto di diverse discipline e delle relazioni tra uomini e ambiente. Ci sono malattie che gli animali possono trasmettere agli esseri umani, come il Covid-19. Possiamo prevenire la loro diffusione limitando le interazioni tra uomini e animali selvatici e quelli tra animali domestici e selvatici. In questo tipo di approccio sistemico servono professionisti con un ampio spettro di competenze ed esperienze in campi come salute pubblica, veterinaria, patologia vegetale e dinamiche ambientali. Quando questi esperti uniscono gli sforzi otteniamo migliori risultati di salute pubblica.[45] Questo approccio può essere usato per prevenire futuri casi disastrosi di zoonosi pandemica ed evitare gli errori che hanno portato al diffondersi del Covid-19.

Possiamo proteggere le piante che serviranno alla ricerca medica e ridurre il rischio di disastrose pandemie zoonotiche. Per farlo, dobbiamo arrestare il degrado degli ambienti naturali come le deforestazioni e riportare gli ecosistemi alle loro condizioni di funzionamento ottimali. I cambiamenti climatici hanno un impatto sulla crescita economica in tutte le regioni. I Paesi che si trovano nei tropici e nelle zone subtropicali dell’emisfero sud subiranno i danni maggiori già con un innalzamento delle temperature limitato a 1,5 o 2°C.[42] Le conseguenze in caso di scenari peggiori saranno ancora più gravi.

Molte persone vivono in queste zone particolarmente sensibili del mondo. Esse già nel 2015 hanno sperimentato un aumento delle temperature di 1,5°C in almeno una stagione dell’anno.[42] Le conseguenze dei cambiamenti climatici gravano in modo sproporzionato sui più poveri e più vulnerabili. Riuscire a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, invece di arrivare a 2°C, significa ridurre di molto il numero di persone esposte. Potremmo proteggere dai rischi dei cambiamenti climatici diverse centinaia di milioni di persone entro il 2050.[42]

Vediamo sempre più casi di migrazioni umane innescate da problemi climatici.[6] L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati riferisce che gli apolidi e le persone costrette ad abbandonare la propria casa e trasferirsi all’estero o in altre zone della propria nazione sono quelle che soffriranno di più per la crisi climatica.[46] Molte persone vivono in zone a rischio dove normalmente mancano le risorse per adeguarsi a un ambiente che diventa via via sempre più ostile. Una media di 20 milioni di persone deve lasciare le proprie case ogni anno per cercare rifugio altrove.[46][47] Lo fanno per i danni che risultano dall’intensificarsi in frequenza e gravità dei fenomeni meteorologici estremi come piogge insolitamente abbondanti, siccità prolungate, desertificazione, degrado ambientale, innalzamento del livello del mare o cicloni. Alla fine del 2020 circa sette milioni di persone in 104 diversi Stati e territori del mondo vivono in alloggi di fortuna. Questa precarietà deriva da un disastro avvenuto nel 2019 o negli anni precedenti.[48] Gli Stati con il maggior numero di rifugiati interni per disastri (che si sono spostati cioè da una regione a un’altra dello stesso Stato) sono l’Afghanistan (1,1 milioni), l’India (929 mila), l’Etiopia (633 mila) e il Sudan (454 mila).[48] Nel 2017 circa 1,5 milioni di statunitensi si sono trasferiti a causa di un disastro naturale, temporaneamente o definitivamente, in altre parti del Paese.[48]

… la sicurezza alimentare?

Una situazione di sicurezza alimentare si ha quando tutti, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico a fonti di cibo sufficienti, sicure e nutrienti. Questo cibo deve soddisfare le preferenze alimentari e necessità dietetiche delle persone. Gli alimenti devono sostenere una vita attiva e sana.[49] Se, invece, il cibo costa troppo, non si trova in vendita in certe zone o sparisce dai mercati in certi mesi per essere sostituito da altri alimenti di qualità scadente, non c’è sicurezza alimentare.

La sicurezza alimentare è minacciata dalla perdita di insetti impollinatori e di fertilità del suolo derivanti dalla crisi ecologica. La capacità della Terra di fornire cibo nutriente a una popolazione in rapido aumento diminuirà sempre di più, gravata dal declino delle funzionalità degli ambienti naturali.

I cambiamenti climatici hanno già avuto degli effetti negativi sulla sicurezza alimentare. A mettere in pericolo le persone sono l’aumento delle temperature medie, il cambiamento nel regime delle piogge e la maggior frequenza e violenza dei fenomeni meteorologici. I cambiamenti nel clima negli ultimi anni hanno causato la diminuzione dei raccolti agricoli in alcune regioni e una maggior produzione in altre. I cambiamenti climatici hanno influito sulla sicurezza alimentare nelle terre aride in particolare dell’Africa e nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America.[50]

Gli effetti dei cambiamenti climatici si sommeranno e interagiranno con altri fattori di rischio come problemi politici e sociali. Un esempio di questa dinamica esiste nell’Africa occidentale. Nel Sahel[51] la desertificazione sta forzando gli allevatori a migrare verso sud con il loro bestiame in cerca di pascoli. I territori a sud sono abitati da agricoltori, a loro volta già in difficoltà per i cambiamenti climatici. Questi agricoltori vedono i loro campi distrutti dalle mandrie dei nomadi che vengono a pascolarci. Ci sono stati scontri di violenza crescente tra allevatori nomadi e agricoltori. Il livello di devastazione è stato tale che gli agricoltori hanno abbandonato fattorie e terreni per paura di rimetterci la vita. La produzione agricola è crollata e la sicurezza alimentare sia degli agricoltori che di coloro che dipendevano da loro è minacciata.

Le diminuzioni nella disponibilità di cibo che si verificheranno con un aumento della temperatura non di 1,5°C ma di 2°C saranno ovviamente maggiori. Via via che le temperature saliranno oltre i 2°C, i problemi aumenteranno. Le zone più colpite saranno nel Sahel, nell’Africa del sud, nel Mediterraneo, in Europa centrale e in Amazzonia.[50] Ci saranno diminuzioni nei raccolti di mais, riso, grano e altri cereali specialmente nell’Africa sub-sahariana, nel Sud-Est asiatico, nell’America centrale e meridionale.

Le produzioni agricole e gli allevamenti di bestiame diventeranno più difficili o addirittura impossibili in parti dell’Europa meridionale e del Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici.[52]

L’allevamento del bestiame risentirà dell’aumento delle temperature in vari modi. Gli impatti saranno proporzionali alle variazioni nella disponibilità di mangimi, alla facilità con cui si diffonderanno le malattie e alla riduzione di disponibilità di acqua potabile.[42] Ci sono anche prove scientifiche che i cambiamenti climatici modificheranno le malattie e i parassiti che potranno colpire i raccolti.[50]

Si prevede che i rischi per la sicurezza alimentare saranno alti se il riscaldamento sarà limitato a 1,2 - 3,5°C. Molto alti se si manterrà tra i 3 e i 4°C. Superare i 4°C sarà catastrofico.

Si aggiunga a tutto ciò che un aumento della concentrazione di CO2 farà diminuire le proteine contenute nelle piante commestibili più diffuse, rendendo il cibo molto meno nutriente.[6]

… la sicurezza idrica?

La sicurezza idrica si misura osservando la disponibilità di acqua, i volumi delle richieste e la qualità (livello di inquinamento) delle risorse idriche.

La crisi ecologica, manifestandosi come pressione sugli ecosistemi, provoca una diminuzione e un peggioramento delle fonti di acqua dolce. Per esempio: il fianco di una montagna disboscato non permette alla pioggia di infiltrarsi nel suolo e raggiungere i pozzi come acqua potabile. Un'area disboscata fa scorrere velocemente l’acqua in superficie, erodendo il suolo e arrivando al fiume a fondovalle sotto forma di fanghiglia imbevibile.

Circa l’80% della popolazione mondiale già soffre di problemi connessi alla sicurezza idrica.[6] È ormai chiaro che i cambiamenti climatici, alterando il regime delle piogge, possono avere effetti sulla disponibilità delle acque e minacciare la sicurezza idrica. In generale, la pioggia cadrà più abbondante nelle regioni tropicali e alle alte latitudini, mentre diminuirà in quelle sub-tropicali.[53] Nel 2017, circa 2,2 miliardi di persone non hanno avuto accesso a fonti di acqua potabile gestite in sicurezza. Più di 2 miliardi di persone sparse in tutto il mondo vivono in bacini idrici compromessi. In quei posti la domanda di acqua potabile supera del 40% la disponibilità. In alcune zone dell’Africa e dell’Asia c’è già bisogno del 70% di acqua in più per soddisfare le necessità locali.[6]

La mancanza di un accesso a fonti di acqua pulita crea anche problemi per la sicurezza alimentare perché essa serve primariamente per irrigare i campi. Il 70% dei prelievi di acque dolci è destinato a innaffiare piante commestibili.[6] Oggi circa 1,2 miliardi di persone vivono in aree dove gravi mancanze d’acqua e la siccità minacciano l’agricoltura. Nel corso dell’ultimo secolo, la domanda di acqua è cresciuta in tutto il mondo. Le cause di ciò sono l’aumento della popolazione, delle attività agricole e industriali e l’innalzamento degli standard di consumo. [6]

Le zone umide sono in costante declino in tutte le parti del mondo, mettendo a rischio la qualità delle acque, non più depurate dalla Natura.

… la biodiversità e gli ecosistemi terrestri?

Gli ecosistemi sono il supporto vitale del nostro pianeta a disposizione dell’uomo e di tutte le altre specie viventi. Nel corso degli ultimi decenni gli esseri umani hanno modificato velocemente e profondamente gli ecosistemi naturali. Queste trasformazioni del pianeta hanno portato benefici a una parte dell’umanità sotto forma, per esempio, di crescita economica e di un allungamento della vita media. Purtroppo non tutte le regioni e le persone hanno goduto di questi vantaggi, molti ne hanno invece ricevuto dei danni. Il costo totale dei benefici accumulati da alcuni sta diventando visibile solo adesso.[54] Gli avanzamenti economici, sociali e tecnologici sono avvenuti a spese della capacità della Terra di sostenere il benessere attuale e futuro dell’umanità.[6]

Come abbiamo già visto nella sezione dedicata alla crisi ecologica, oggi le specie si stanno estinguendo a una velocità da dieci a cento volte più rapida rispetto ai ritmi normali.[55][6] I cambiamenti climatici aumenteranno il rischio di estinzione per molte specie. Un aumento di temperatura sotto i 2°C basterà ad alzare il rischio di estinzione per il 20-30% di tutte le specie di piante e animali esistenti. Ovviamente questa percentuale sarà via via più grande al crescere del riscaldamento globale.[6] Hanno calcolato che oggi circa mezzo milione di specie ha a disposizione habitat insufficienti per garantire la propria sopravvivenza a lungo termine. Queste specie si estingueranno nell’arco di pochi decenni, se i loro habitat non torneranno disponibili.[6]

Con un riscaldamento globale di 2°C, circa il 13% di tutti gli habitat inizierà a trasformarsi in un tipo diverso di paesaggio. Per esempio dove oggi c’è una foresta pluviale potremmo trovare una savana. Questa trasformazione non sarà immediata, ci vorranno secoli prima che i nuovi habitat siano davvero funzionanti, con tutte le specie tipiche e necessarie. Non possiamo semplicemente “spostare tutto di qualche centinaio di chilometri”. Questo perché gli alberi crescono lentamente e i suoli hanno bisogno di decenni per modificarsi e adattarsi alle nuove condizioni.

Se il riscaldamento arriverà a 2°C si trasformeranno tra il 20 e il 38% degli habitat e questa percentuale arriverà al 35% a 4°C.[6][42]

C’è una buona probabilità che il riscaldamento globale farà spostare le attuali zone climatiche. Le zone a clima caldo nelle fasce tropicali aumenteranno in estensione,[56] si allungheranno le stagioni in cui c’è una maggiore probabilità di incendi e la diffusione del fuoco nelle zone stressate dalla siccità sarà più facile.[56]

Nel 2020 meno di un quarto della superficie delle terre emerse funziona ancora bene dal punto di vista ambientale, con la sua biodiversità in gran parte intatta. Questo quarto si trova in zone asciutte, fredde o montagnose e quindi difficilmente raggiungibile dall’uomo. Ha infatti una densità molto bassa di popolazione umana e ha subito pochissimi cambiamenti dal suo stato originale.[6]

… gli oceani e la vita marina?

Gli oceani ospitano un'ampia gamma di ecosistemi e una biodiversità che spazia dai microrganismi ai giganteschi mammiferi marini. Due terzi degli oceani soffrono oggi per danni causati dall’uomo. Le attività dannose includono la pesca superiore alle capacità di rigenerazione dei pesci, le infrastrutture costruite lungo le cose e al largo, la navigazione, l’acidificazione delle acque, lo scarico di rifiuti e la dispersione di nutrienti.

Nel 2015 la pesca ha sfruttato un terzo delle riserve di pesce oltre la loro capacità di riproduzione. Questo fatto, oltre a essere un problema ecologico, diventa anche una minaccia per la sicurezza alimentare. I fertilizzanti agricoli (dilavati dai campi e trasportati dai fiumi) che arrivano negli ecosistemi marini costieri hanno prodotto più di 400 “zone morte”.. Gli scarichi dei fiumi hanno distrutto la vita acquatica in più di 245 mila Km2, una superficie pari all’estensione dell'Ecuador o del Regno Unito.[6] Nel 2021 c'è stata una perdita da un impianto abbandonato per la produzione di fertilizzanti in Florida. Questa perdita ha innescato una fioritura algale che ha portato alla morte tonnellate di organismi marini.[57]

La plastica che inquina gli oceani è aumentata di dieci volte dal 1980 e oggi costituisce il 60-80% di tutti i rifiuti abbandonati in acqua. La plastica si trova in tutti gli oceani del globo, a tutte le profondità e le correnti oceaniche la concentrano in alcune zone. Questi rifiuti di plastica hanno un impatto ecologico notevole perché gli animali li mangiano o ci restano impigliati. I rischi di danni irreversibili agli ecosistemi costali e marini, comprese le praterie sottomarine e le foreste di kelp, aumentano con il riscaldamento globale.[6]

Al momento attuale, gli oceani assorbono circa il 30% di tutte le emissioni di CO2 e tutto il calore in eccesso proveniente dall’atmosfera. Questa funzione comporta il riscaldamento della temperatura dell’acqua marina. Dal 1993 a oggi la velocità alla quale gli oceani si stanno riscaldando è più che raddoppiata.[58] Il calore in eccesso causa la distruzione delle barriere coralline e l’estinzione di alcune specie marine. Le barriere coralline sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici e si prevede che si ridurranno al 10-30% del loro stato precedente con un aumento di 1,5°C. Se l’aumento di temperatura dovesse arrivare a 2°C, delle barriere coralline ci resterà meno dell’1%. Il restante 99% sarà stato perennemente danneggiato dal riscaldamento.[55] L’accumulo di calore negli oceani continuerà per secoli e avrà effetti sulla vita di molte generazioni future.[6]

Circa il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km (60 miglia) dalla costa. Circa il 10% vive in aree costiere che stanno meno di 10 metri sopra il livello del mare. I cambiamenti climatici faranno innalzare il livello del mare, che diventerà più caldo e più acido per via dell’assorbimento della CO2. Anche nell’ipotesi che il riscaldamento globale sia limitato a soli 2°C, le popolazioni di tutto il mondo dovranno comunque adattarsi ai cambiamenti che avverranno negli oceani. I cambiamenti e i costi saranno alti specialmente per le persone che vivono sulle coste.[58]

Molte specie marine hanno già cambiato il loro comportamento o la loro distribuzione geografica come risultato dell’innalzamento della temperatura dell’acqua. Questi cambiamenti hanno portato in contatto specie prima lontane, hanno creato disequilibri negli ecosistemi e hanno aumentato il rischio di diffusione di malattie.[58]

Molti cambiamenti dovuti alle emissioni di gas serra passate e future sono irreversibili per secoli o millenni. Questo è vero specialmente per i cambiamenti nella circolazione oceanica, nelle calotte di ghiaccio e nel livello del mare a livello globale.

Scenari e prospettive

Quali sono i differenti scenari di innalzamento della temperatura e possibili strade da percorrere per la mitigazione dei cambiamenti climatici? Quali le sfide e le incertezze che incontreremo?

A. Modelli climatici e cambiamenti proiettati nelle emissioni di gas serra e temperatura atmosferica

I modelli climatici sono simulazioni computerizzate molto sofisticate. Gli scienziati e i politici li usano per analizzare che impatto avranno le variazioni delle emissioni di gas serra sul clima della Terra. Si possono usare i modelli climatici anche per calcolare come agiranno le diverse tecnologie e le politiche ambientali. Alcune scelte possono accelerare e amplificare i cambiamenti climatici. Altre scelte possono mitigarne gli effetti.

La mitigazione dei cambiamenti climatici raggruppa gli sforzi di ridurre o prevenire le emissioni di gas serra.

Nell'ultimo rapporto dell'IPCC[59] ci sono descritti cinque possibili scenari di cambiamenti climatici basati sui modelli scientifici. I livelli di riscaldamento che possiamo aspettarci variano da "molto basso" a "molto alto". Ogni scenario dipende dalla quantità di CO2 e altri gas serra che l'umanità emetterà nei prossimi decenni.

Gli scenari possono tenere in considerazione anche variazioni nella popolazione mondiale, cambiamenti di uso del suolo, politiche di commercio e investimento, le nostre abitudini alimentari e tutti gli altri sforzi di controllare le emissioni.

  • Nello scenario di riscaldamento "molto alto" la temperatura terrestre salirà di 3,3 - 5,7°C entro la fine del secolo. Il mondo continuerà a seguire uno sviluppo strettamente dipendente dal carbonio. Le emissioni di CO2 triplicheranno entro il 2100, rispetto ai valori attuali.
  • Nello scenario di riscaldamento "alto" la temperatura salirà di 2,8 - 4,6°C entro il 20100. In questa ipotesi, le Nazioni faranno pochissimi sforzi per limitare le loro emissioni. Entro la fine del secolo le emissioni di CO2 raddoppieranno rispetto al livello di oggi.
  • Lo scenario "medio" lo vivremo se riusciremo a mantenere fino a metà secolo le emissioni odierne, per poi diminuirle lentamente. In questo caso la temperatura terrestre salirà di 2,1 - 3,5°C entro il 2100.
  • In uno scenario "basso" l'umanità limita le sue emissioni già nel decennio in corso. Dovremmo riuscire a raggiungere il pareggio "zero emissioni nette" nel 2075. La temperatura salirà di 1,3 - 2,4°C entro il 2100.
  • Nello scenario "molto basso" già in questo decennio le emissioni diminuiscono rapidamente. Il pareggio a zero emissioni nette arriverebbe nel 2050. Vedremmo comunque un riscaldamento di 1,0 - 1,8°C entro il secolo.

B. Sfide e compromessi

In tutti gli scenari calcolati dall'IPCC è molto probabile che nel 2040 il riscaldamento globale sarà di 1,5°C. Rispetto a come viviamo oggi, i rischi per i sistemi umani e naturali saranno maggiori. Tenere il riscaldamento sotto i 2°C dipende da quanto emetteremo nei prossimi 10 anni. Solamente i due scenari a basse emissioni ci permetteranno di raggiungere questo obiettivo.

Senza impegni politici di vasta portata e profondi mutamenti di abitudini e tecnologie il mondo è in corsa verso un riscaldamento superiore ai 3°C. Un mondo più caldo di 3°C è molto diverso da quello in cui viviamo oggi. Aumenteranno i rischi connessi a ondate di calore, siccità, tempeste violente, piogge torrenziali e alluvioni. Saranno gli ecosistemi e le popolazioni di tutto il mondo a soffrirne le conseguenze.

Per decidere come approcciare la crisi climatica ed ecologica bisogna innanzitutto capire quali difficoltà e quali compromessi caratterizzano ogni scenario.

Possiamo cominciare dalle sfide e gli arrangiamenti dell'Accordo di Parigi. Questo trattato internazionale ha lo scopo di limitare il riscaldamento a 1,5°C.

Per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, dovremmo dimezzare le emissioni mondiali di CO2 entro il 2030. L'anno limite per raggiungere il pareggio delle zero emissioni nette sarebbe il 2050. Servirebbero anche grandi riduzioni nelle emissioni degli altri gas serra come il metano e l'N2O. Volendo agire con equità, i Paesi ricchi dovrebbero tagliare le proprie emissioni in modo ben più incisivo dei Paesi più poveri.

Una preoccupazione che frena questo corso di azione è che una grande riduzione nell'uso di energia potrebbe ridurre gli standard di vita nei Paesi ricchi e industrializzati. Allo stesso tempo, nei Paesi più poveri diventerebbe più difficile alzare il livello di vita. Aumentare gli standard di vita nei Paesi più poveri in alcuni casi richiederà un aumento nel consumo di energia. Serviranno anche investimenti in tecnologie più efficienti e servizi pubblici.[60]

Stime recenti mostrano come sarebbe possibile raggiungere standard di vita sufficienti e, al tempo stesso, ridurre la domanda mondiale di energia.[61] Per fare ciò, occorre ridurre drasticamente sia gli sprechi che i consumi eccessivi. Ecco alcuni modi per raggiungere questo traguardo:

  1. Aumentare la produzione di energia pulita da tecnologie a basso o nullo utilizzo di carbonio. Queste fonti sono l'energia eolica e solare. Allo stesso tempo, occorre diminuire e alla fine eliminare gli investimenti e la produzione di energia da combustibili fossili (gas, carbone, petrolio).
  2. Investire in tecnologie efficienti e infrastrutture adeguate (isolamento termico degli edifici, trasporti pubblici,...)
  3. Assicurare a tutti un accesso sufficiente ed economicamente abbordabile all'energia. La gente deve poter usare energia per la cucina, il riscaldamento, la refrigerazione, i trasporti e le comunicazioni. I consumi eccessivi dei più ricchi vanno ridotti.
  4. Modificare le proprie abitudini alimentari per favorire il consumo di cibi locali e di stagione. Questo ridurrà le emissioni dal settore agricolo.
  5. Sottrarre CO2 dall'atmosfera conservando e recuperando gli ecosistemi naturali.[56]

Uno studio scientifico ha calcolato quel che dovremmo fare per avere il 50% di possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. Dovremmo smettere oggi stesso di estrarre carbone dalle miniere e di fare investimenti legati all'estrazione di combustibili fossili.[62][63] Per esempio, dovremmo fermare la ricerca petrolifera in mare e non autorizzare nuove piattaforme petrolifere offshore.

Un ostacolo che ci impedisce di limitare le emissioni è la mancanza di cooperazione internazionale. A livello personale, c'è una resistenza ad abbandonare o modificare stili di vita caratterizzati da sprechi e da un alto impiego di energia. La tendenza a consumare sempre di più, oltre i bisogni, si diffonde.

Se tutti gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fossero raggiunti, non saranno comunque sufficienti a contenere il riscaldamento sotto 1,5°C.[56] È probabile che avremo comunque almeno 3°C di riscaldamento globale, un risultato assai rischioso per l'umanità.

C. Aspettative circa le emissioni negative

Gli scenari a basse e molto basse emissioni visti prima si basano anche su tecnologie in grado di rimuovere CO2 dall'atmosfera. Queste tecnologie a "emissioni negative" ancora non esistono e forse saranno inventate nella seconda metà di questo secolo.

Molti scienziati sono preoccupati dalla fiducia che molti ripongono in strumenti che non abbiamo. Non abbiamo la certezza che le macchine per togliere CO2 dall'atmosfera funzioneranno. La speranza di una soluzione che ci potrà salvare un domani fa sembrare meno urgente il problema che viviamo oggi. La speranza di cavarcela facilmente rallenta e smorza l'impegno nel risolvere oggi il nostro problema comune.

Nel passato le industrie hanno già usato la promessa di soluzioni tecnologiche future per continuare a usare combustibili fossili.[29] Oggi non esistono macchinari per catturare la CO2 dall'atmosfera che siano scalabili al livello necessario. Per questa ragione non dobbiamo credere a promesse che la tecnologia non sa se potrà mantenere.

D. Punti di soglia - Possiamo predire che cosa succederà in futuro?

Neanche la migliore scienza può predire il futuro con assoluta certezza. Vivere in un periodo di cambiamenti climatici significa vivere nell’incertezza.[64] In questa sezione vedremo i meccanismi di retroazione e i punti di non ritorno come esempi di incertezza circa il futuro del nostro clima.

Immagina di inclinare lentamente un bicchiere con dentro dell’acqua. A un certo punto l’inclinazione del vetro farà arrivare l’acqua sul bordo del bicchiere. Fino a quel momento puoi salvare tutta l’acqua inclinando il bicchiere dall’altra parte. Se invece continui come prima, da lì in poi l’acqua uscirà dal bicchiere e sarà impossibile farla tornare dentro.

I punti di non ritorno del clima sono soglie particolari, superate le quali si innescano effetti combinati dei cambiamenti climatici con danni a cascata in giro per il mondo, questi danni sono irreversibili e causeranno a loro volta nuovi problemi. Il sistema funziona come le tessere di un domino: basta un colpetto alla prima per farle cadere tutte. Una volta che il punto di non ritorno viene superato, scattano una serie di eventi e il risultato finale è un pianeta inospitale per molte persone e forme di vita.[5]

L’IPCC (il foro scientifico delle Nazioni Unite che studia il clima) ha iniziato a parlare di punti di non ritorno vent’anni fa. Uno di questi possibili punti di non ritorno è lo scioglimento del ghiaccio che ricopre le regioni polari (Groenlandia e Antartide). Questo fatto farebbe alzare nel tempo il livello del mare di alcuni metri. I calcoli dei modelli dicono che basterà un innalzamento della temperatura globale di 1,5°C per far sciogliere tutta la calotta glaciale della Groenlandia.[5] Ci vorranno alcuni anni, ma si scioglierà. Nel luglio 2021 un’ondata di calore ha sciolto abbastanza ghiaccio groenlandese in un solo giorno da poter coprire l’intero stato della Florida con uno strato di 5 cm d’acqua.[65][58] Anche il ghiaccio che ricopre l’Oceano Artico (che nelle scuole italiane studiamo come Mar Glaciale Artico) si sta sciogliendo rapidamente. Se il riscaldamento globale arriverà a 2°C, c’è una probabilità del 10-35% di trovare le acque in larga parte libere dal ghiaccio in estate.[66]

Un altro punto di non ritorno è la distruzione su larga scala delle foreste pluviali come l’Amazzonia, che ospita da sola un decimo di tutte le specie terrestri conosciute. Le stime su dove collocare il punto di non ritorno per l’Amazzonia spaziano tra il 20 e il 40% di deforestazione. Rispetto al 1970 abbiamo perso il 17% della copertura forestale e gli abbattimenti di alberi continuano ogni minuto che passa.[5]

Alcuni punti di non ritorno noti sono lo scioglimento delle calotte glaciali, la deforestazione, lo scioglimento del permafrost e i cambiamenti nelle correnti oceaniche (che vedremo nel dettaglio fra poco). Superate queste soglie di non ritorno, si innescano delle azioni a catena che gli scienziati chiamano circuiti a retroazione. Semplificando: i cambiamenti climatici fanno scattare dei meccanismi che stimolano ulteriori cambiamenti climatici.

Un esempio di questo meccanismo a retroazione si trova nell’Artico. I suoli perennemente ghiacciati della tundra (permafrost) hanno imprigionato per millenni grandi quantità di metano. Il metano è uno dei più potenti gas serra. Il riscaldamento globale provoca lo scioglimento del permafrost e il metano, che era bloccato nel sottosuolo, riesce a scappare e raggiungere l’atmosfera. Una volta in aria, il metano contribuisce a rinforzare l’effetto serra, innalzando ulteriormente la temperatura. Se fa più caldo, nella tundra si scioglierà ancora dell’altro permafrost e uscirà ancora più metano, peggiorando la situazione sempre di più.

Questi meccanismi a retroazione si auto-alimentano in un modo non lineare e difficile da prevedere con accuratezza.[64] A causa di queste incertezze, è possibile che già oggi rischiamo di superare queste soglie di non ritorno. Le nostre azioni potrebbero già innescare reazioni a catena che renderanno inospitale gran parte del nostro pianeta.[67]

I prossimi 10 anni saranno critici per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici. Essere ben informati sui rischi e le cause di questi cambiamenti ci aiuterà a prendere le migliori decisioni possibili oggi, anche se non possiamo sapere esattamente come sarà il mondo fra cent’anni. I cambiamenti climatici stanno prendendo piede più velocemente delle nostre azioni per mitigarli e il passato non può essere un buon esempio di quello che ci aspetta.[64] Il futuro che abbiamo davanti è incerto. Fare i conti con questa incertezza crea disagio perché vorremmo poter controllare tutto e invece le cose accadranno in modo caotico. Le crisi saranno anche opportunità[64] e abbiamo ancora tempo per evitare i danni peggiori, se agiamo adesso.

Che cosa abbiamo già fatto

Sono passati sei anni dalla firma dell’Accordo di Parigi. Che cosa hanno davvero fatto gli Stati per ridurre le emissioni e limitare la perdita di biodiversità e che cosa c’è ancora bisogno di fare?

A. La transizione energetica

Una delle azioni più importanti del prossimo decennio sarà quella di smettere di usare combustibili fossili per produrre energia elettrica e impiegare al loro posto fonti rinnovabili. Oggi la disponibilità di energia rinnovabile è aumentata, ma questo non ha fatto diminuire l’uso di combustibili fossili perché anche il consumo totale di energia è aumentato.[29]

Per garantire a tutti la disponibilità di fonti di energia pulita a un prezzo accessibile è necessario modificare sia la produzione che l’uso dell’energia.[6] Ridurre del 70% l’utilizzo del carbone per produrre elettricità entro il 2030 significa moltiplicare per cinque gli impianti eolici e solari e chiudere 2400 centrali elettriche a carbone sparse in giro per il mondo entro i prossimi 10 anni.[28] Facilitare la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili sarà costoso, ma costerà comunque molto meno di quello che spenderemmo per i danni dei cambiamenti climatici. Mitigare il cambiamento spendendo ora ci fa risparmiare moltissimo rispetto a quanto dovremo pagare per adattarci a cambiamenti climatici più ampi che avverranno se oggi non facciamo nulla.[68]

Oltre al risparmio futuro, avremo diversi benefici sia economici che di salute dalla transizione verso un'economia a basso contenuto di carbonio. Per esempio vedremo una diminuzione dell’inquinamento urbano, causato in buona parte dagli scarichi dei veicoli a benzina e diesel.[6][42][69]

Produrre energia elettrica usando impianti eolici e fotovoltaici in Italia e in molti altri Paesi oggi costa meno che usare le vecchie centrali a gas o carbone. In particolare, oggi l’energia ottenuta dal sole ha tra i costi più bassi mai visti.[70]

Le bollette elettriche in Italia aumenteranno nei prossimi mesi per via del costo del gas che importiamo dalla Russia.

L’Italia si è impegnata a produrre il 40% della sua energia in modo rinnovabile entro il 2030, per farlo dovremo raddoppiare gli sforzi fatti negli ultimi 15 anni. L’Italia si è anche impegnata a ridurre i propri consumi di energia, ma questo non è avvenuto. La diminuzione registrata nel 2020 è solo effetto del lockdown.[9]

Nonostante l’aumentata disponibilità di energie rinnovabili a livello mondiale, non siamo riusciti a ridurre l’uso di fonti fossili perché sono aumentati i consumi. Il mondo usa più energia di prima.[29]

Per rispettare l'Accordo di Parigi dovremo chiudere in anticipo o convertire molte infrastrutture energetiche. Molti studi hanno calcolato che permettere alle centrali oggi in funzione di bruciare combustibili fossili fino al termine del loro ciclo di vita farà riscaldare la terra oltre la soglia di 1,5-2°C.[29] (Chiudere in anticipo una centrale a carbone significa che la società elettrica non guadagnerà tutti i soldi preventivati in partenza. La società elettrica lamenterà un mancato guadagno. La gente risponderà che il costo dei danni subiti da tutti i cittadini per le emissioni di quella centrale superano di molto la perdita di alcuni investitori.)

Aumentare la disponibilità di energia pulita è importante sia per ottenere una crescita economica sostenibile che per limitare il riscaldamento globale. L’energia pulita ridurrà la povertà e l’inquinamento dell’aria, sia all’interno degli edifici che fuori, e renderà possibili servizi essenziali come le comunicazioni, l’illuminazione e il pompaggio dell’acqua.[6]

Migliorare e aumentare l’efficienza energetica potrebbe ridurre le emissioni di CO2 del 40% entro il 2040. Per ottenere questo risultato dovremo richiedere più efficienza al settore dei trasporti (auto elettriche alimentate da fonti rinnovabili), dell’edilizia (edifici e apparecchi che consumano meno energia) e nell’industria. Il risparmio che le famiglie potrebbero mettere da parte nel mondo aumentando l’efficienza con cui usano l’energia (elettricità, riscaldamento, cucina, trasporti…) ammonta a 500 miliardi di dollari.[28]

Le emissioni di gas a effetto serra in Italia non diminuiscono abbastanza velocemente. L’andamento di breve periodo (ultimi 5 anni) non risulta ancora sufficiente né al raggiungimento del target definito dall’Unione europea né al conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.[9]

B. Conservazione e recupero

I problemi dei cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, degrado del suolo e inquinamento di acqua e aria sono interconnessi. Una sfida chiave dei prossimi decenni sarà proprio quella di studiare queste connessioni e i meccanismi di retroazione implicati. Senza una visione organica della situazione le azioni messe in atto per risolvere una parte del problema potrebbero peggiorare la situazione in altri settori. Per esempio, guardando solo l’aspetto energetico potremmo fare una azione per aumentare le rinnovabili, sbarrando un fiume con una diga idroelettrica[71] o eliminando la vegetazione naturale per rimpiazzarla con la monocoltura di una pianta in grado di fornire biocarburanti[6]. Con queste azioni avremo creato un danno agli ecosistemi.

Alcune azioni possono, allo stesso modo, avere ripercussioni positive in più di un settore. Riforestare su larga scala con piante native risolve simultaneamente un problema di degrado del suolo, rallenta la perdita di biodiversità e diminuisce l'inquinamento di acqua e aria. Riportare gli ecosistemi a un livello naturale e ottimale di funzionamento permette alle foreste, agli oceani e ai suoli di assorbire CO2. Oggi la Natura riesce ad assorbire solo metà delle emissioni causate dall’uomo: un quarto le prende la terraferma, un quarto finiscono negli oceani. L’altra metà delle nostre emissioni resta in atmosfera e contribuisce a riscaldare sempre di più il pianeta.[6] Sulle terre emerse, sono le foreste ad assorbire quasi un quarto di emissioni umane e hanno la potenzialità di rimuovere dall’atmosfera molta più CO2.[72]

L’agricoltura è una delle maggiori cause di perdita di biodiversità e di emissione di gas a effetto serra. Riuscire ad adottare sistemi di produzione del cibo basati su tecniche agricole che lavorino con la Natura (e non usino energie per contrastarla) è di vitale importanza. Questo ci permetterà di recuperare le funzioni svolte dagli ecosistemi naturali e aumentare la capacità del suolo di immagazzinare CO2. Sistemi agricoli sostenibili aiuteranno a debellare fame e malnutrizione, oltre a contribuire a migliorare le condizioni di salute umana. L’agricoltura sostenibile aumenta la biodiversità locale, invece di minacciarla.[6]

I contadini, specialmente le donne che si dedicano all’agricoltura su piccola scala, sono figure centrali nella sfida di raggiungere la sicurezza alimentare sostenibile e hanno bisogno di accrescere le proprie capacità d’azione attraverso l’accesso a finanziamenti, tecnologie, informazioni, educazione e formazione.[6]

C. Consapevolezza globale

La consapevolezza globale sulla crisi ecologica e climatica è aumentata considerevolmente dopo la pubblicazione del Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5°C dell’IPCC nel 2018[42]. La sensibilità della gente si è anche rinforzata grazie alla Piattaforma intergovernativa tra scienza e politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services).

Nel 2021 le Nazioni Unite hanno anche reso noti i risultati del Peoples’ Climate Vote.[1] Questa iniziativa è il più grande sondaggio mai realizzato per capire che cosa ne pensa l’opinione pubblica dei cambiamenti climatici. Hanno risposto alle domande sulle energie rinnovabili e sulla conservazione della Natura 1,2 milioni di persone, provenienti da tutte le parti del mondo. In molte delle Nazioni partecipanti era la prima volta che si raccoglieva l’opinione della popolazione sui cambiamenti climatici con un sondaggio a larga scala.

Il risultato del Peoples’ Climate Vote è che per quasi due persone su tre (il 64%) in 50 Paesi i cambiamenti climatici sono una emergenza mondiale. Questa è un'informazione importante per i governi che si incontreranno a Glasgow alla COP26 perché indica che la maggioranza delle persone ritiene che sia vitale agire adesso sui cambiamenti climatici.

Il sondaggio ha anche mostrato come nel mondo ci sia un atteggiamento favorevole alle politiche di conservazione delle foreste e dei territori, all’aumento delle energie rinnovabili, all’impiego di pratiche agricole rispettose della Natura e alla destinazione di fondi nelle economie sostenibili.

Nei Paesi con un alto grado di deforestazione, come Brasile, Indonesia e Argentina, la maggioranza delle persone vuole la conservazione di terre e foreste. In Nazioni con grandi emissioni di CO2 dovute al riscaldamento e generazione di energia elettrica come Stati Uniti d’America, Australia, Germania, Sud Africa, Giappone, Polonia e Russia, la maggioranza è a favore delle energie rinnovabili.

I risultati di questo sondaggio sono significativi perché mostrano che le azioni a vantaggio del clima sono approvate e desiderate da un ampio spettro di popolazione e condivise da gruppi di persone di diverse età, livello di istruzione, nazionalità e genere.[73]

Le singole persone, oltre a esercitare i propri diritti votando e partecipando alla vita pubblica e mettere sotto pressione i governi affinché agiscano concretamente per i cambiamenti climatici, possono facilitare la transizione del mondo verso un futuro a basse emissioni di carbonio con delle azioni individuali. Le persone che abitano in certi Paesi possono avere un impatto maggiore di altre, quando si tratta di ridurre le emissioni personali. Ci sono diverse strategie per diminuire le proprie emissioni e, se si vive in un Paese ricco, queste azioni avranno un grande impatto. Si può modificare la propria dieta, per esempio riducendo o eliminando la carne, possiamo ridurre gli sprechi di cibo e risorse, possiamo infine diminuire il consumo di acqua ed energia. Queste azioni non avranno solo effetto sul clima, ma contribuiranno a proteggere e conservare la biodiversità. I singoli cittadini possono anche promuovere stili di vita sostenibili nella propria comunità, aumentando la consapevolezza globale.[74]

Distribuzione ed equità

Alcune Nazioni hanno iniziato a emettere quantità significative di CO2 secoli fa; altre Nazioni hanno appena cominciato. La ragione per cui le emissioni annuali oggi stanno aumentando è per la rapida espansione delle economie emergenti, specialmente in Asia, Medio Oriente e Americhe Centrale e Meridionale. Quasi tutto l’aumento delle emissioni che vedremo in questo secolo verrà da Paesi in via di sviluppo.[25]

Paesi ricchi come gli Stati Uniti d’America e i membri dell’Unione Europea hanno delocalizzato i processi produttivi che emettono le maggiori emissioni in Paesi come India e Cina. Per esempio, una grande percentuale degli apparecchi elettronici usati in tutto il mondo sono stati costruiti in Cina. Questo comportamento ha semplicemente spostato la sorgente delle emissioni, invece di ridurle.[29]

Le differenze tra i maggiori emettitori di CO2 e coloro che subiranno i peggiori danni dai cambiamenti climatici sono enormi. I ricchi costituiscono solo l’1% della popolazione mondiale, sono circa 75 milioni di persone. Questi pochi ricchi emettono il doppio della CO2 rispetto al 50% della popolazione povera (3750 milioni di persone).[29]

Le nazioni industrializzate, che sono diventate ricche bruciando combustibili fossili, hanno oggi le migliori risorse per guidare il cambiamento. Alla luce di queste differenti circostanze nazionali l'Accordo di Parigi richiedono “rapide riduzioni” delle emissioni calibrando con equità gli sforzi (i Paesi che possono fare di più, devono fare più degli altri) senza perdere di vista lo sviluppo sostenibile e gli sforzi per eradicare la povertà.[75]

Il discorso sui cambiamenti climatici oggi ha un’attenzione crescente sull’adeguarsi (prendere provvedimenti temporanei per fronteggiare un’emergenza) e adattarsi (mettere in atto misure di lungo periodo per vivere bene nelle nuove condizioni ambientali). L'Accordo di Parigi si occupa particolarmente dell’adattamento. Ogni comunità in diverse parti del mondo dovrà adattarsi a situazioni specifiche, quindi le strategie dovranno essere molte e diversificate.

Gli impatti dei cambiamenti climatici si vedranno anche sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.[76] La Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo delle Nazioni Unite stabilisce che gli Stati devono avere eque possibilità di migliorare la propria condizione.

Quanto più il mondo si riscalderà, tanto più ogni settore ne sarà influenzato. Tanto più si degraderanno gli ecosistemi, tanto più difficile sarà adattarsi alle nuove condizioni.

In molti casi non sarà proprio possibile adattarsi. Per esempio, in alcune zone le alte temperature e la mancanza d'acqua impediranno del tutto la coltivazione dei campi. I Paesi in via di sviluppo sono, in generale, più vulnerabili. I fattori che si sommano a loro sfavore sono le maggiori variazioni del clima e la mancanza di infrastrutture tecnologiche e finanziarie.[77]

Le comunità povere e marginalizzate, comprese quelle nei Paesi ricchi, difettano delle capacità elementari per adattarsi ai livelli attuali di riscaldamento globale.[29] Per di più, molto spesso la causa della marginalizzazione di queste comunità coincide proprio con le azioni che hanno innescato i cambiamenti climatici: colonialismo, sfruttamento delle risorse e accumulo di capitali ottenuti dallo sfruttamento dei combustibili fossili.[29] Spesso mentre si estrae una risorsa da un territorio se ne danneggiano altre. Un caso del genere è avvenuto presso i pozzi petroliferi nel delta del Niger[78] che hanno contaminato campi e risorse idriche delle popolazioni locali.

I Paesi più ricchi hanno più risorse di quelli poveri per adattarsi alle richieste di un clima che cambia, questo significa che i Paesi poveri hanno bisogno di supporto finanziario e sostegno tecnologico. Quanto maggiore sarà il riscaldamento, tanto più seri saranno gli impatti sulle società, le economie, la salute umana e degli ecosistemi; la sfida dell’adattamento sarà quindi più complicata.

Di tutti i 192 Paesi che hanno firmato l'Accordo di Parigi, 127 (compresa l’India) non hanno la capacità finanziaria o tecnologica di rispettare completamente o parzialmente gli impegni e, quindi, hanno firmato dicendo che i loro risultati dipenderanno dalla quantità e qualità degli aiuti internazionali che riceveranno.[28] Senza un adeguato sostegno da parte dei Paesi ricchi, questi impegni non potranno essere rispettati. Oggi questi Paesi stanno ancora aspettando che questi aiuti arrivino.[28]

La questione dei cambiamenti climatici mette sul tavolo anche la divisione delle responsabilità tra differenti generazioni. Le generazioni più anziane sono quelle che hanno tratto i maggiori benefici dallo sviluppo economico alimentato dai combustibili fossili mentre le nuove generazioni sono quelle che pagheranno maggiormente le conseguenze di queste scelte.

COP26 e oltre

Abbiamo già sperimentato le prime emergenze ecologiche e climatiche e altre, peggiori, ne arriveranno man mano che le emissioni di gas a effetto serra aumenteranno e l’umanità continuerà a distruggere la biodiversità. I danni causati dai cambiamenti climatici che vediamo accadere oggi in tutte le parti del mondo sono peggiori di quelli che prevedevamo una decina di anni fa. Per poter ancora raggiungere l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale sotto la soglia critica di 1,5°C dovremo tagliare le emissioni in modo significativo entro il decennio in corso e continuare a farlo anche in quelli successivi.

Negli ultimi cinque anni ci sono stati alcuni successi. L’energia solare ed eolica si è rivelata molto più economica e semplice da installare di quanto inizialmente previsto. I veicoli elettrici si stanno diffondendo a prezzi sempre più abbordabili. Le tecnologie a bassa richiesta di carbonio sono competitive in un numero crescente di mercati. C’è una diffusa concordanza anche sulla necessità di ridurre le emissioni nei settori storicamente più restii al cambiamento come il trasporto aereo. Un rapporto del 2018 sull’industria aeronautica ha però riscontrato che i piani attuali per aggiornare le tecnologie esistenti e migliorare la logistica non basteranno a far diminuire le emissioni e la domanda di carburante attese per il futuro.[79] Per quanto riguarda le emissioni dell’industria pesante si stanno definendo i necessari passi da compiere.

Tra le azioni in grado di contribuire concretamente alla soluzione dei nostri problemi climatici ci sono anche i cambiamenti negli stili di vita e nei modelli di consumo.[80] Le scelte individuali delle persone spaziano in vari aspetti della vita quotidiana: la dieta, il tipo di abitazione, i trasporti, i beni di consumo, il tempo libero e i servizi.

Ora che gli obiettivi per l'Accordo di Parigi sono stati scelti, la COP26 di Glasgow servirà a definire con maggiore dettaglio la lista delle azioni concrete da fare per raggiungerli. Alcuni dei problemi di cui si discuterà alla conferenza riguardano le strategie di abbandono dei combustibili fossili e come arrivare davvero alle soluzioni a impatto zero. Nelle prossime fasi di lavoro serviranno leader a tutti i livelli, dai singoli cittadini al mondo degli affari e degli investimenti, fino al livello governativo[28] e la Global Assembly.

Glossario

Accordi di Parigi: sono un trattato internazionale, firmato nel 2015, che impegna legalmente gli Stati firmatari a compiere delle azioni riguardanti i cambiamenti climatici.

Adattamento: cambiamento, modifica o miglioria di qualcosa per farla funzionare in una nuova situazione.

Anidride carbonica (CO2): l'anidride carbonica è un gas composto da un atomo di carbonio e due di ossigeno.

Basso contenuto di carbonio: produzione e consumi che richiedono pochi combustibili, ovvero a ridotte emissioni di CO2 in atmosfera.

Calotta glaciale della Groenlandia: è una enorme massa di ghiaccio deposta sopra il territorio della Groenlandia, di cui copre il 79%. Solo la Calotta Antartica ha dimensioni maggiori.

CBD COP15: 15esima Conferenza delle Parti sulla Convenzione sulla Diversità Biologica, organismo decisionale responsabile di monitorare e valutare l’attuazione della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite. Nel 2022 le parti si riuniranno per la 15esima volta.

Climate Change COP26: 26esima Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici: organismo decisionale responsabile di monitorare e valutare l'attuazione della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Nel novembre 2021 le parti si riuniscono per la 26esima volta.

Crescita economica: l'aumento di valore dei beni e dei servizi prodotti all'interno di un mercato (per esempio uno Stato). La crescita economica si può misurare guardando il Prodotto Interno Lordo (PIL).

Decarbonizzazione: riduzione delle emissioni di carbonio, ovvero diminuzione dell'anidride carbonica emessa. Si ottiene attraverso l'uso di sistemi e processi che usino meno combustibili per produrre energia, con lo scopo di ridurre i gas a effetto serra in atmosfera.

Equità: intesa come “responsabilità comuni ma differenziate” nelle leggi internazionali sull’ambiente. L’equità stabilisce che tutti gli Stati abbiano la responsabilità di occuparsi della distruzione ambientale globale, anche se non ne sono egualmente responsabili.

Estinzione: la scomparsa definitiva di un certo tipo di organismi, generalmente una specie.Avviene con la morte degli ultimi individui rimasti.

Gas a effetto serra: la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ha identificato sei gruppi di gas a effetto serra nel Protocollo di Kyoto: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido nitroso (N2O), idrofluorocarburi (HFCs), perfluorocarburi (PFCs), esafluoruro di zolfo (SF6), trifluoruro di azoto (NF3).

Inquinamento: l'introduzione di una sostanza nell'ambiente che ne modifichi gli equilibri naturali. Esempi sono l'abbandono di plastiche in mare e la presenza di pesticidi nei fiumi.

IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici è un organismo delle Nazioni Unite che fornisce informazioni scientifiche e oggettive sui cambiamenti climatici innescati dalle attività umane.

Mitigazione: l'azione di ridurre l'asprezza, la gravità e l'intensità di qualche fenomeno in modo che produca meno danni.

NDC (Nationally determined contributions): Contributi Determinati per Nazione (CDN). I CDN sono le riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra che ogni Nazione decide di realizzare, nell'ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

PIL: il Prodotto Interno Lordo è la somma del valore di tutti i beni materiali e di tutti i servizi realizzati in un certo periodo di tempo in un determinato Paese. Per esempio, in Italia, in un anno, si contano come beni tutti gli oggetti costruiti (dalle radiosveglie ai condomini) e come servizi tutte le attività per le quali c'è stato un pagamento (dal biglietto del cinema alla visita dal dentista).

Popoli indigeni: una definizione ufficiale di “indigeni” non è stata adottata da nessuno organismo delle Nazioni Unite. In ogni caso, rifacendosi a una definizione corrente, i popoli indigeni sono tutti i discendenti di coloro che abitavano un territorio o una regione geografica nel momento in cui arrivarono genti di diversa etnia o cultura. I nuovi arrivati diventarono in seguito dominanti attraverso la conquista, la colonizzazione, l’occupazione, l’insediamento o altre strategie. Si stima che esistano più di 370 milioni di persone appartenenti a popoli indigeni sparse in 70 Paesi del mondo.[81]

Quote di emissione: il limite massimo di anidride carbonica che un Paese, una società o un'organizzazione ha deciso di emettere in un determinato periodo di tempo.

Rivoluzione industriale: la rivoluzione industriale è un momento della storia moderna tra il 1700 e il 1800. In questo lasso di tempo si passò da un'economia basata sull'agricoltura e sull'artigianato a una dominata dall'industria e dalla produzione meccanizzata.

Rivoluzione scientifica: un cambiamento nel modo di pensare della gente che avvenne tra il 1500 e il 1600. In questo lasso di tempo la scienza divenne una materia separata dalla filosofia e dalla tecnologia. Alla fine di questa transizione, la scienza si affermò come punto focale della civiltà europea, soppiantando la religione.

Sfruttamento: l'uso ingiusto di cose o persone a proprio vantaggio, con una mancanza di preoccupazione per il benessere della persona o danneggiamento della cosa.

Credits

Questo opuscolo informativo è stato fatto per informare i partecipanti della Global Assembly nella fase di apprendimento.

Il processo di scrittura di questo documento è stato guidato dal Global Assembly’s Knowledge and Wisdom Committee. Lo scopo del comitato è di garantire che la fase di apprendimento sia basata su fatti scientificamente documentati. È stato il comitato a scegliere la domanda quadro sulla quale l'Assemblea è chiamata a esprimersi e a selezionare i contenuti di questo opuscolo informativo.

I membri del comitato hanno esperienza nei seguenti campi: scienza del sistema Terra, ingegneria, geologia, sapienza indigena, ecologia, climatologia, economia ambientale, adattamenti climatici e Paesi vulnerabili, psicologia comportamentale e cognitiva, Systems Change.

Presiede il comitato il professor Robert Watson ex presidente dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ed ex presidente dell'IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services).

I membri del comitato sono:

Questo opuscolo informativo è passato attraverso 12 revisioni. È stato scritto dal giornalista Tarn Rogers Johns con la guida e i feedback di Claire Mellier. Il sub-editing è di Nathalie Marchant. Gli specialisti di comunicazione climatica del Willis Towers Watson Dr Lydia Messling, Will Bugler e Georgina Wade e i Global Assembly Lab partners hanno fornito commenti sulle bozze.

  1. 1.0 1.1 1.2 UNDP Peoples’ Climate Vote
  2. IPCC, 2021, Climate change widespread, rapid, and intensifying
  3. 3.0 3.1 UN Report: Nature’s Dangerous Decline ‘Unprecedented’; Species Extinction Rates ‘Accelerating’
  4. WRI Climate Change Could Force 100 Million People into Poverty by 2030
  5. 5.0 5.1 5.2 5.3 5.4 Lenton. Climate Tipping Points too Risky to Bet Against
  6. 6.00 6.01 6.02 6.03 6.04 6.05 6.06 6.07 6.08 6.09 6.10 6.11 6.12 6.13 6.14 6.15 6.16 6.17 6.18 6.19 6.20 6.21 6.22 6.23 6.24 6.25 6.26 6.27 6.28 6.29 6.30 6.31 UNEP, 2021, Making Peace with Nature
  7. IPCC A.1
  8. 8.0 8.1 IPCC - Sixth Assessment Report
  9. 9.0 9.1 9.2 9.3 ASviS, Report 2021, L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
  10. UNEP, As the world’s forests continue to shrink, urgent action is needed to safeguard their biodiversity
  11. UNEP, Our global food system is the primary driver of biodiversity loss
  12. The German Federal Agency for Conservation
  13. 13.0 13.1 Chatham House Report, Food system impacts on biodiversity loss
  14. Report Nazioni Unite: Nature’s Dangerous Decline ‘Unprecedented’; Species Extinction Rates ‘Accelerating’
  15. The Conversation Protecting indigenous cultures is crucial for saving the world’s biodiversity
  16. The World Bank
  17. Biocultural heritage territories
  18. UN Forum on Indigenous Issues
  19. Nazioni Unite, Indigenous Rights: A Solution
  20. IPCCA
  21. Relocation in Alaska: A brief history of how climate change is affecting native villages
  22. Nazioni Unite Leaving no one behind. Indigenous peoples and the call for a new social contract
  23. 23.0 23.1 23.2 Alberro, Heather Humanity and nature are not separate – we must see them as one to fix the climate crisis
  24. Descartes, R. (1637). Discorso sul Metodo
  25. 25.0 25.1 25.2 Nazioni Unite, Emissions Gap Report 2020
  26. Fossil CO2 and GHG emissions of all world countries - 2019 Report
  27. Statistica
  28. 28.0 28.1 28.2 28.3 28.4 28.5 28.6 28.7 28.8 28.9 The Truth Behind the Climate Pledges
  29. 29.00 29.01 29.02 29.03 29.04 29.05 29.06 29.07 29.08 29.09 29.10 29.11 29.12 Three Decades of Climate Mitigation: Why Haven't We Bent the Global Emissions Curve?
  30. UNFCCC Conference of the Parties (COP)
  31. UNFCCC, The Paris Agreement
  32. GA Policy Brief Bob Watson, Expert Witness Statement for the Mexican Supreme court case.
  33. IPCC Glossary
  34. UNFCCC All NDC
  35. UNFCCC Nationally Determined Contributions (NDCs)
  36. EU 2030 Climate & Energy Framework
  37. UK enshrines new target in law to slash emissions by 78% by 2035
  38. 38.0 38.1 UN Emissions Gap Report 2020 - Executive Summary
  39. UNFCCC Full NDC Synthesis Report: Some Progress, but Still a Big Concern
  40. IPCC Livelihoods and Poverty
  41. The Common Concern of Humankind
  42. 42.0 42.1 42.2 42.3 42.4 42.5 42.6 42.7 42.8 IPCC, 2018, Global Warming of 1.5°C,
  43. IPCC, 2014, AR5 Synthesis Report
  44. IPCC, 2018, Chapter 26 North America
  45. WHO, One Health
  46. 46.0 46.1 UNHCR, Climate Change and Disaster Displacement
  47. UN Chronicle “Will There Be Climate Migrants en Masse?
  48. 48.0 48.1 48.2 IDMC, Global Displacement Report
  49. United Nations' Committee on World Food Security
  50. 50.0 50.1 50.2 IPCC, 2019, Special Report on Land SPM Section A
  51. The Time, 2018, Land Conflict Has Long Been a Problem in Nigeria. Here’s How Climate Change Is Making It Worse
  52. EEA “Climate Change Threatens Futures of Farming in Europe
  53. IPCC 2014 WG II SPM A1, and Assessment Box SPM2 Table 1
  54. WHO Ecosystems and Human Wellbeing
  55. 55.0 55.1 IPBES, 2019, Global Assessment
  56. 56.0 56.1 56.2 56.3 IPCC Chapter 2: Land-climate interactions
  57. The Guardian 1, 2
  58. 58.0 58.1 58.2 58.3 IPCC, 2019, Special Report The Ocean and Cryosphere in a Changing Climate
  59. IPCC, 2021, AR6 The Physical Science Basis
  60. Marta Baltruszewicz et al, 2021, Household final energy footprints in Nepal, Vietnam and Zambia: composition, inequality and links to well-being
  61. Providing decent living with minimum energy: A global scenario
  62. Most fossil-fuel reserves must remain untapped to hit 1.5 °C warming goal
  63. IEA, Net Zero by 2050 Report IEA
  64. 64.0 64.1 64.2 64.3 UN, 2019, Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction
  65. Reuters, Greenland experienced 'massive' ice melt this week, scientists say
  66. IPCC, Chapter 3: Special Report on Polar Regions
  67. PNAS Trajectories of the Earth System
  68. Burke et al, Large potential reduction in economic damages under UN mitigation targets
  69. UN, 2019, Global Environmental Outlook 6
  70. IEA, 2020, The World Energy Outlook
  71. Renewable energy can save the natural world – but if we’re not careful, it will also hurt it
  72. Brack, Duncan, Forests and Climate Change
  73. UNDP, 2021, The Peoples' Climate Vote - Results
  74. Global Carbon Atlas, 2017, CO2 emissions per person
  75. United Nations Foundation, 2021, The Value of Climate Cooperation: Networked and Inclusive Multilateralism to Meet 1.5°C.
  76. UN Sustainable Development Goal
  77. Loss and Damage and limits to adaptation: recent IPCC insights and implications for climate science and policy
  78. AltrEconomia Le responsabilità di Shell per il disastro nel Delta del Niger
  79. Roadmap to decarbonising European aviation
  80. 1.5 Degree Lifestyles
  81. UN Who are Indigenous people?
MediaWiki spam blocked by CleanTalk.